Il sogno e la realtà

L’avventura pittorica di Marco Ceruti inizia alla fine degli anni 90.

L’impegno inizialmente propostosi come complementare all’attività professionale, sta attualmente individuandosi come vero e proprio momento liberatorio, vera e propria evasione nei confronti di una realtà non più adeguata a contenere una visione, che va sempre più allargandosi, una volontà di dialogo rivolta a interlocutori nuovi e diversi, una ideazione in costante ricerca di mete sempre più ardite.

È nozione comune che in ogni buon medico ci sia un sognatore. Il contatto quotidiano con la condizione umana nei suoi aspetti più vulnerabili determina l’evasione, il distaccarsi progressivo della mente verso le dimensioni oniriche, la trascendenza continua dell’empirico per approdare alle magiche rive di un universo rarefatto, inconsistente continuamente volubile. Marco Ceruti, arrivato alla piena maturità, cominciando a colloquiare con la realtà che passa prossima e lontana, è arrivato a sognare ad occhi aperti un mondo magico fatto di colori che diventano numeri, numeri che diventano parole, immagini che cambiano continuamente forma e volume, che si trasformano l’una nell’altra. L’incredibile metamorfosi di forme e di colori sta alla base del mondo sognato e rappresentato da Ceruti nelle sue opere: piccoli caleidoscopi cromatici da guardare per trarne piacere e gioirne intimamente, ma da cui emana la acuta consapevolezza della instabilità della condizione umana, della temporaneità della nostra presenza, della brevità del nostro passaggio. Paradossalmente Marco sembra affermare che è il cambiamento che non cambia e quindi la concentrazione si attesta sul divenire piuttosto che sulla fisicità, sulla mutevolezza invece che sulla fissità, sui cangiamenti della forma e del colore piuttosto che sulla staticità. Ma dal voluto disordine delle linee e dei colori nascono gli enigmi cui la parte razionale del pittore non vuole rinunciare. Non si tratta dell’enigma senza fine di Dalì, ma di piccoli enigmi quotidiani cui il cervello cosciente non vuole rinunciare, perché li trova divertenti almeno quanto la dimensione onirica. Troviamo allora intrappolati nella tempera i percorsi mentali di Marco, coagulato nelle pozze cromatiche divertimento intellettuale diventa mezzo comunicativo ed espressivo, irrinunciabile sfida all’intelligenza dell’osservatore, compiacimento sottile del proprio estro. E gli enigmi intellettuali approdano a un crepuscolo sensoriale tecnicamente indeciso tra l’astratto e l’informale, tra il colore che diventa materia e la materia che diventa colore.

Non sappiamo se l’osservatore riuscirà a entrare nell’atmosfera di forme e di colori che ha ispirato l’autore e a trarne lo stesso piacere che ha permesso la realizzazione di queste opere, ma sicuramente siamo in gradi di affermare che Ceruti dipinge e ha dipinto, perché ne ricava godimento, per puro divertimento intellettuale, per affidare ai suoi quadri quella parte di sé stesso, di cui più si compiace, e che forse, in assenza di questa avventura pittorica, sarebbe rimasta in ombra. La vita è un sogno, ma il sogno non sfugge alla logica del razionale, sembra suggerire Marco: le sue scacchiere, i suoi acquari, i suoi meccanismi dentati, i suoi paesaggi antropomorfi trovano negli accostamenti cromatici il modo per estrarne alludenti proposizioni culturali, radicati convincimenti di pensiero che sfuggono dalla tela e al pennello dell’autore, senza che questo né abbia la possibilità né la volontà di controllarli.

Il colore e la forma trattengono a stento l’universo ideativo dell’autore: idee in evoluzione e percorsi mentali in divenire forgiati nel fuoco delle suggestioni letterarie e pittoriche si accavallano a volte sulla scena nell’ansia non dissimulata di raccontare tutto e di più: nascono così le opere, come “Integralismo”, “La cacciata dal Paradiso Terrestre”, “Letteratura” dove ermetismo, cultura e religione si mescolano e si confondono in un palinsesto di allusioni geometrico cromatiche che rimandano ai grandi maestri dell’astratto e dell’informale. Altrove la visione appare improntata da una singola esperienza culturale, rivissuta e rielaborata all’ombra di un’unica potente suggestione e nascono opere come: “Mediterraneo” un paesaggio dove il tempo viene respinto la ove ogni metamorfosi appare possibile e il “Sole Meccanico” divertita trasfigurazione del mito dell’emulazione, forse la moderna e personale lettura dell’avventura mitologico – letteraria di Fetonte figlio del sole tragicamente folgorato da Zeus. A Marco piace raccontare e raccontarsi: gli “amarcord” personali della fanciullezza e dell’adolescenza, le reminiscenze scolastiche rivissute e rielaborate, le esaltazioni mentali della giovinezza, il Latino, una lingua che ha fermato nel tempo e nello spazio verità intramontabili, e che ha lasciato una traccia indelebile nella personalità di chi la ha assimilata, diventano mezzi della sua comunicazione espressiva. Prendono vita i temi centrali di opere come il “tempus fugit”, “Libera nos ab inferis”, “La distruzione della sintassi”, in cui l’autore è riuscito ad esprimere con un linguaggio moderno e articolato accessibile alle esperienze culturali del presente, antiche angosce e ancestrali timori, profondamente indovati nel subconscio collettivo che da tempo immemorabile regolano e condizionano i comportamenti umani.

La paura del vuoto lo spinge a riempire la composizione di forme e figure, numeri e geometrie, a costruire un elaborato ingegno piccole alchimie cromatiche che sottendono rebus a soluzione differenziata: offrire alla mente la possibilità di percorsi alternativi, aggrovigliare il filo narrativo per allontanare o rendere impossibile la soluzione o veramente non avere a disposizione una soluzione finale, certa e sicura, è il dilemma in cui si dibattono e trovano espressione i codici della ragione. Per osservare i meccanismi di un orologio bisogna rimuoverne la cassa, così per vedere i congegni della mente del pittore è necessario sollevare la cassa dei suoi orologi cromatici e guardare le trame di colore, gli ingranaggi finemente dentati delle forme, l’accostarsi e il scivolare delle superfici l’una sull’altra, nel tentativo di tradurre il linguaggio del colore in esternazioni cogitative: intessuti nella trama della “tela”, i tralicci ideativi si annodano fra loro per celebrare il racconto di una storia individuale alimentata dalle pulsioni non sempre razionali dell’adolescenza e successivamente filtrata alla luce della ragione della maturità. Così fra gli “amarcord” irrazionali e le crude realtà empiriche si dibatte l’estro di Marco, nel tentativo di trovare una soluzione almeno in chiave coloristica degli irrisolti dilemmi della ragione. E il dualismo ispirativo diventa in alcuni quadri, dualismo tematico: “acceso – spento”, “astratto – concreto”, rappresentano appunto la prova della validità culturale del dibattito interiore. Altrove invece il dualismo appare superato come in “incendio”, e in “mareggiata” in un divenire psico – biologico che rimanda alle grandiose manifestazioni della tematica di Pollock, maestro dell’astrattismo interiore. Interiorizzare o esternarsi, filtrare o espandere, meditare su sé stessi o ironizzare sugli altri, nell’incertezza risolutiva di questi atteggiamenti sta il fascino dell’avventura pittorica di Marco Ceruti, che si propone per la prima volta al pubblico con lo scopo non scontato di divertire e divertirsi.

 

2002 Prof. Alessandro Grignaffini        

I segni disegnati da Ceruti dimostrano i segni di una frequentazione di grandi correnti artistiche del Novecento e nello stesso tempo una vivace creatività personale, percorsa da una vena d’ironia nella reinterpretazione del mito che sta dietro la tradizione archeologica.

                                                                                                                                                    2006 Giuseppe Marchetti                      

La caratteristica principale… sta nell’interpretazione ricca di fantasia e di colore, stilisticamente allusiva alle grandi correnti del Novecento, come il futurismo e l’informale, con citazione delle avanguardie, ma con una reinvenzione personalissima.

                                                                                                                                                     2006 Rino Tamani                                

Alle volte è solo un incontro casuale, altre una ricerca mirata, altre ancora una scoperta, misteriosa quanto inaspettata, il veder coincidere segno e parola, musicalità del verso e gioco grafico della composizione. Nonostante l'incontro l'arte figurativa e poesia sia testimoniato da progetti ricchi e vibranti di partecipazioni in tutta la cultura del Novecento, le affinità elettive sono spesso tralasciate per celebrare le peculiarità dei singoli autori, nell'abbandono di un sodalizio che pare nato apposta per dar voce al sentire. Non solo la poesia e sentimento e passione, anche la pittura del <<secolo breve>>, così ricca e variegata d'invenzioni, bisogni e rifiuti dell'uomo, può essere interpretazione di un piacere, che va al di là di ogni indagine compositiva; può essere il piacere di un tempo trascorso guardarsi dentro e a raccontarsi perché, come la parola, anche un colore, un segno, una composizione, se cercati e voluti conservano un significato unico e irripetibile. Forse è nato così, ma non è importante saperlo, quel rapporto concreto e solidale fra la poetessa, Anna Ceruti Burgio e il pittore, Marco Ceruti, accomunati da passioni che vanno al di là del quotidiano. Ciascuno con la propria lettura delle <<cose>>. Le delicate e profonde poesie di Anna, figlie di una solida cultura letteraria, si rivelano parola ideale per i racconti pittorici di Marco, come se l'una smorzasse con la propria tensione poetica l'acceso prorompere del segno e dei cromatismi dell'altro, fino a costruire un unicum tutto teso alla ricerca della <<voce>> perfetta. Così per entrare nello specifico della pittura non si può tralasciare alcuni di quei versi. <<Ho sempre molto amato: la vita o un'idea, l'amicizia o l'arte. Se amare è peccato l'inferno mi aspetta...>> (da Inferno di Anna Ceruti Burgio), piccolo stralcio di poesia che sembra nato per quelle fiamme pittoriche che si ergono tra i rossi, i gialli, i neri, i viola, <<di tanta fiamma>> titolo di una delle opere di Marco Ceruti.

Trovata e compresa la sintonia, il percorso delle pagine si fa veloce, concreto, piacevole, come una danza. Non son certo le fiamme a impaurire o la luna che scende nel pozzo per riflettersi nel cielo in un mondo capovolto dove il gioco dell'arte è dettato da linee frastagliate, un po’ futuriste, un po’ surreali, destinate a raccontar con la fantasia storia concrete.

Marco Ceruti ha dato vita, con grande divertimento suo o degli altri, a episodi di Pinocchio. Ha attraversato spiagge e burrasche di mare, ha descritto i segni zodiacali utilizzando <<terminologie>> visive concrete mischiate a più teoriche raffigurazioni. Ha restituito allo spettatore quel tanto di sacro e di profano che rendono ogni racconto più umano.

Il suo non è, e forse mai sarà, un percorso accademico. La sua arte ha invece le caratteristiche della sincerità, capace di non perdere i contatti letterari, le forme della rappresentazione, reinventandone a volte il messaggio là dove, la scavare nel simbolo e nel sogno, li rendono palese le difficoltà della strada intrapresa. La mente e il cuore, l'idea e la forma, sono espresse in stratificazioni di colore, di linee che permettono la composizione e scomposizione dell'immagine così da lasciare aperta l'interpretazione visiva. Lui, l'artista ha dato la propria lettura, ha scelto un pensiero da narrare, ha delineato lo spazio su cui agire. da qui in poi il risultato non è scontato, solo il dipinto concluso si aprirà alla scoperta, spesso ironiche e sottile, di una voce fuori dal coro.

2014 Stefania Provinciali                     

                                                                                                                                                    

I colori si succedono e si compongono nelle geometrie delle forme con un moto caleidoscopico. è un crescendo, uno schiudersi continuo dell'immaginazione l'opera di Marco Ceruti.

La sua sensibilità per i bambini, sviluppata anche grazie alla professione di medico ginecologo, unitamente alla passione per la pittura e la poesia, hanno generato un'espressione artistica vivace, ludica, estremamente immediata ed essenziale, concentrata, nonostante l'esuberanza di colori e le sovrapposizioni delle figure. Inevitabile è il riferimento alle creazioni fantasmagoriche di Ugo Nespolo Con analoghe inserzioni di numeri o lettere. Tuttavia Ceruti tende ad una minore astrazione, non si allontana mai troppo dalla narrazione di riferimento, mantenendo facile l'individuazione di personaggi e di forme emblematiche. Raramente si fa enigmatico o ermetico nei suoi puzzle simbolici. E quando lo è, costruisce un divertito gioco d’ incastri, d’ invenzioni assurde, ma possibili nelle evoluzioni della mente. Spesso pare che il mondo si rifletta in un prisma. Pare essere dalla luce (in senso più alto, esteso) che Ceruti parta e torni per scomporre le sue visioni in moltiplicazioni cromatiche fatte di riquadri, di cerchi, intrecciate come partizioni di un mandala grafico per rendere lo spettacolo sempre sorprendente dell'esistenza.

Del resto il mondo è fatto di storie, le storie sono fatte di lampi d’emozioni, di ritagli di momenti essenziali che si giustappongono nella memoria creando un concerto di tinte. I dipinti di Ceruti sono fatti per illustrare i libri, per accompagnare testi, rilanciando le parole nell'onda sono ora della fantasia. Ecco allora chi ha affiancati alle poesie dell'amata moglie Anna Burgio sembrano compenetrarsi ed esaltarsi reciprocamente; i versi si fanno colore, i sentimenti prendono forma e le immagini vibrano, schiudendo il respiro eterno dell'amore che vivifica ogni cosa. Allora non c'è più solo la musica gioiosa delle fiabe e dei sogni, ma la danza emozionante di due arti e di due artisti. Il pittore però sfugge ai tremori malinconici e ai sussulti dolenti delle liriche, rasserenandole con una semplicità e leggerezza disarmante, portando via i versi in soffi di colore. Non c'è rassegnazione ma speranza, non malinconia ma giocoso riscatto. Le sue tessere variopinte sono un rompicapo del pensiero che si riproduce senza fine laddove l'ingranaggio della verità è magia e il senso delle cose poesia.

Viene in mente il Futurismo, ma con stile meno dinamico e più letterario, oppure le composizioni bidimensionali, colorate e semplificate di Klee. Le illustrazioni del Pinocchio di Attilio Cassinelli (Giunti, 1981) e, per stare più vicini a noi, le prime astrazioni del parmigiano fondatore dell'Arte concreta Atanasio Soldati. Tante le suggestioni e più di tutte è già citato Nespolo.

Di diverso e peculiare in lui c'è la poesia sottile che sottende alle sue immagini, La capacità di concentrare in un'unica composizione le vicende narrate o vissute con un senso di ludica ma raffinata ironia. Ceruti restituisce nelle sue tavole variopinte la magia dell'infanzia e la memoria incorruttibile dell'amore.

2017 Manuela Bartolotti                         

DI SEGNI E DI SOGNI
I due artisti appaiono diversi, ma complementari. Arcari nel suo informale segue la ritmica della musica, le accensioni e le distorsioni delle prime chitarre elettriche (si pensi all’Inno americano suonato da Jimi Hendrix) e spesso non dà spiegazioni o titoli alle sue opere. Assecondando una contemporaneità che lascia spazio all’interpretazione personale, abbandona l’osservatore in un vasto territorio di silenzi e linee sonore, d’immersione cromatica e musicale.

Per Ceruti si parla piuttosto di astrazione, di costruzioni geometriche dove la realtà è moltiplicata in diffrazioni caleidoscopiche e ricomposta in simboli, eco poetiche. Sono ricordi, emozioni, suggestioni rivisti attraverso il prisma della memoria e della fantasia. Tanti i richiami: a Ugo Nespolo e alle sue fantasmagorie alfanumeriche, oppure – e specialmente nelle illustrazioni di fiabe - allo stile nitido, un po’ futurista di Cassinelli e del suo Pinocchio realizzato per Giunti nel 1981. S’avverte l’influenza dei grandi maestri della semplificazione espressiva e dell’astrattismo dall’ultimo Matisse della “papier découpé”, soprattutto nell’organizzazione dei campi cromatici, Paul Klee per le atmosfere gioiose e giocose, le bidimensionalità fiabesche. E ancora, nelle Composizioni più rigorose ed essenziali si sente il “Nostro” Atanasio Soldati.

Di diverso e peculiare in Ceruti c’è però la poesia che pervade le sue immagini, l’afflato lirico che deriva dall’indimenticata moglie Anna, letterata e poetessa. Anche nelle ultime opere ( i 7 vizi capitali), sempre più spinte verso l’astrazione, dove la concertazione cromatica nelle sue dominanti è giustificata dal concetto e dal sentimento che si vuole esprimere, egli organizza colori e forme come versi, senza dissonanze, anzi, in una sorte di susseguenti enjambements pittorici.

Laddove Ceruti attrae e compone, Arcari distrae e scompone, rifacendosi ad una gestualità grafica sottile, ma affilata che rimanda ad Afro e a Giorgio Celiberti. I segni insorgono sulla tela, affiorano come suoni a volte soffocati, note che sembrano graffi sulla superficie dell’anima, mentre come ideogrammi giapponesi affondano dentro, pregni d’esistenza, di dolore e desiderio, varchi tra materia e pensiero, tra il restare e l’andare, in continuo mutare. Se Ceruti dunque articola e ordina armonie, necessarie concordanze interiori, Arcari distorce le certezze del pennello e del passato per schiudere inquietudini future. Nella feconda cucina del caos creativo – dove la piatta uniformità monocromatica è interrotta dal germogliare di sonorità accese – lui suggerisce altri spazi e altre vie, ancora non raggiunti, se non dalla nota più alta che scuote l’orizzonte di una tela e insieme il nostro quotidiano incedere.

Ceruti restituisce nelle sue tavole variopinte la magia dell’infanzia e la memoria incorruttibile dell’amore. Arcari porta domande e interrogativi. La somma di poetiche astrazioni e musicali distorsioni è la rappresentazione colorata della vita. Fatta di versi, di suoni. Di segni e di sogni.

2018 Manuela Bartolotti                             

C’è sempre lei dietro ogni pensiero creativo. La moglie Anna, poetessa, pittrice, estrosa creativa, che ha lasciato il marito carico di ricordi preziosi. Se oggi Marco Ceruti, medico ginecologo in pensione, continua a dipingere nello studio in centro storico a Parma, pieno di opere e oggetti appartenuti ad entrambi, lo deve a lei, che gli ha trasmesso un indelebile amore per l’arte. Estro e scienza, un connubio forte e duraturo che ha segnato l’esistenza di entrambi. Ceruti dipinge da una trentina d’anni, ora più assiduamente di prima. Da quando Anna se ne è andata ha più tempo a disposizione, molto del quale viene impiegato dipingendo. I suoi sono collage variopinti che si vanno via via semplificando per approdare a tele astratte fatte d’incastri colorati che, nel tempo, hanno assunto forme più vicine al reale. Suggestioni di paesaggi essenziali, raccontati col cuore. È un sentore, anche questo legato alla presenza – assenza dell’amata moglie, con cui ha condiviso l’acquisto di opere da museo, alla Conrad Marca – Relli, l’amico di Pollock, esponente di spicco dell’Espressionismo astratto, di cui è collezionista.

<<In origine ero più vicino allo stile futurista, poi con il tempo il mio stile è cambiato divenendo sempre più affine ai maestri dell’arte astratta. Mi sono avvicinato alla pittura fin dai tempi della scuola, ero il migliore in disegno e il mio maestro era il pittore Spattini. Poi è stata la vicinanza con mia moglie a riaccendere la passione. Mi ha insegnato e guidato nella ripresa. Ora non posso più farne a meno>>.

 

 2021 Katia Golini                         

Fuori dalla finestra riprende a nevicare, una stufa di terracotta arde in un angolo della stanza. Una poltrona di pelle, un vecchio tavolo d’epoca in noce, travi di legno e appesi a una parete un quadro… le stesse atmosfere che rivedo quando passeggio per Parma nelle giornate d’inverno quando è imbiancata dalla neve. Immagino dentro le case le stesse suggestioni appena descritte. Dentro queste case scorgo dei quadri. Dei quadri di Marco dal titolo “Autunno in val Baganza” oppure “Anatra selvatica in un paesaggio (dopo la caccia)” più figurativo dal sapore De Pisis che ricorda l’opera “La coturnice”, per poi approdare al mare a lui tanto caro, come nell’opera “Darsena” dai colori brillanti come una soleggiata mattina piacevolmente fredda d’Autunno al mare. Le forme che compongono le sue opere, alle volte possono ricordare architetture di Art Nouveau, altre volte ricordano le splendide finestre colorate che ci sono nelle cattedrali gotiche. I colori sono usati con equilibrio e ponderatezza, ma senza perdere forza, nulla viene lasciato al caso e  a secondo del titolo (che viene conferito prima d’iniziare a dipingere e mai a opera finita) sceglie le tonalità e gradazioni, fredde o calde, temperature e contrasti che andrà a plasmare sulla tela. La profondità di opere come “Terre arate” viene data dai tinteggi che sono proprio quelli della terra, le luci e le ombre, i silenzi e i suoni, vivono sulla tela, senza addirittura usare sfumature, solo campiture piene e dense. Le linee, le curve sinuose, i tratti decisi e armoniosi lasciano senza dubbio lo spettatore ipnotizzato dall’intensità e dalla emotività che emanano. Una lotta di equilibri tra figure geometriche che si intersecano tra loro, esempi primari, poetiche creatività, odori di vita in questi dipinti.

Intanto fuori la neve ha smesso di scendere, è quasi l’imbrunire, la stufa di terracotta continua a scaldare l’ambiente ovattato… e il quadro appeso alla parete…

 2021 Thomas Arcari                     

Critica Pasquale Di Matteo

MUSICA SEGRETA DEI COLORI
Mescolare echi, raffinarne il suono per farne una sinfonia, come se venissero da lontano, da risonanze senza tempo e farsene circondare, assorbirne accordi inediti che li personalizza, li rende attuali, presenti in una sottile e pervasiva atmosfera gioiosa, dispiegando una serenità che li dilata in uno spazio senza limiti: questa da sempre la ricerca pittorica di Marco Ceruti.  Quello che colpisce è la totale bidimensionalità delle sue opere, con prospettive interne, non certo matematiche o di derivazione rinascimentale, ma semplicemente emotive ed ottiche che dilatano l’immagine quasi spingendola oltre i limiti della tela, su cui le forme “danzano” e “cantano” con interna armonia. Si avverte in tutte le sue opere un senso musicale, un ritmo e un accordo, che unificano la apparente dispersione di molteplici immagini in simulata lotta tra di loro, sciogliendosi in trapassi di colore che si risolvono in una unica uniforme luminosità dominante di serena e pacificata concordia, un’aria di vetro spazzata da zefiri lievi e primaverili.
Questa prima impressione che rimanda a interne e occultate armonie musicali non è certo una divagazione letteraria, ma nasce dalla posizione di Marco Ceruti di fronte alla tela. Egli non la aggredisce, non l’affronta con impeto, ma vi si affida con dolcezza, con trasporto, con un atteggiamento euristico e creativo insieme, come se suggerimenti gli venissero da lontano, da oltre ed altro. Da qui quel carattere di sospensione che domina ogni sua opera, quella temporalità che si coniuga con un sentore di freschezza, di giovinezza altrettanto sempre presente, che si risolve in stupore e meraviglia per una ritrovata immagine di serena armonia. Da qui quel gioco di echi e di rimandi che si diceva che sono un’interna musicalità visiva……….

.....Dunque anche nelle opere di Marco Ceruti si avverte sotto traccia una musicalità, che è  armonia di forme, che percorre, tela dopo tela, tutta la sua produzione. Non si tratta ovviamente di una posizione poetica predefinita, ma di una disponibilità innata, di un sentire spontaneo che cerca l’ordine segreto ed interno delle cose, la concordia delle parti, una euritmia cromatica che è ricerca di equilibrio e piacere diffuso dell’occhio e del cuore. Non a caso una delle prime mostre personali, nel 2018, con Thomas Arcari, viene intitolata: “Musicali distorsioni/Poetiche astrazioni”…….

......Marco Ceruti lavora sul linguaggio, captando dall’aria novità ed emergenze, ma soprattutto usando stimoli e suggestioni senza creare gerarchie di valori o di generi, dando libero corso alla sua fantasia creativa, mescolando i linguaggi, le assonanze, usando una koinè creativa ricca, tesa, giocosa e seducente che mescola forme di diversa storia e matrice, perduta ogni ideologia, ogni pertinenza: materiali per formare una comunicazione affatto personale, un mondo visivo nel quale per primo il pittore si immerge con stupore ed incanto. Qualsiasi narrazione si scioglie in un’immagine di seduzione, in una meraviglia che accarezza l’occhio e acquieta la mente. Il tempo si ferma di fronte ad una eterna giovinezza, ad una atemporalità che è incantesimo, che rimanda ad una dimensione di sogno, di sospensione e silente attesa. Si trascorre da un’opera all’altra avvertendone la serrata coerenza, ma anche come ciascuna tela nasca da una scoperta, da una innovazione, che scaturisce dal cammino, dal percorso che sta facendo il pittore. Ogni volta una novità formale o una intrusione iconografica. Da un facile decorativismo  lo salva sempre la necessità che è alla base di ciascun quadro, che nasce dall’intimo, dal profondo, da una specie di contemplazione interiore, da un sospeso stupore che sono all’origine di ogni singola creazione immediata ed urgente nella vicenda personale dell’artista. Così tutte le sue opere nascono dal piacere di raccontare per immagini, da un godimento che si risolve in una musicalità gioiosa, in una serenità appagante ed esaustiva, “in un puro divertimento intellettuale”, come ha giustamente scritto Alessandro Grignaffini della sua pittura. E’ proprio per questo che di fronte ai suoi quadri adesso si avverte che il titolo eccede quello che vediamo e percepiamo, che il dramma che è nelle parole per indicare l’opera non corrisponde allo spirito che la anima, sempre un po’ trattenuto al di là o al di qua, del dramma, dell’eccesso, perché sempre tutto qui è equilibrio, ordine, seppur provvisorio, finalmente raggiunto. Ogni tela come la prima notte di quiete. Anche parlare di narrazione per le sue opere è riduttivo poiché i quadri di Ceruti non articolano racconti, non suggeriscono eventi ed il loro sviluppo, ma sono prima di tutto immagini da ammirare, sospese ed immobili, fuori dal tempo e dal movimento, in un incantamento che si comunica agli occhi di chi guarda……

2023 Marzio Dall'Acqua      

Marco Ceruti: “Sono felice per l’esito della mostra in Galleria S. Andrea”
“Sono felice dell’esito della mostra che è stata organizzata da me, insieme agli amici pittori Tanzi, Villani e Arcari per circa due settimane nello spazio trecentesco di via Cavestro n.6, convertito in galleria dall’Associazione UCAI di Parma” queste le parole di Marco Ceruti, pittore autodidatta dal 1995, e da quasi vent’anni incasellabile nel filone dell’arte astratta.

Ceruti prosegue: “in Galleria S. Andrea ho avuto conferma di un buon passaggio di appassionati d’arte e collezionisti locali. Sto già lavorando alla organizzazione di altre mostre per il 2024 ma per ora non svelo nulla.” Marco Ceruti deve molto della passione pittorica alla compianta moglie Anna Burgio, donna poliedrica: intellettuale, critica dell’arte, pittrice, poetessa, un esempio a tutto tondo di donna di cultura. Infatti, dialogando con lei e vedendola lavorare con grande abilità nel disegno a mano libera e nell’uso dell’acquerello indirizzato prevalentemente alla figura femminile, decide a metà degli anni Novanta di mettere in pratica le lezioni ricevute in qualità di allievo dal pittore Spattini ai tempi delle scuole medie.

“Spattini è stato fondamentale nella misura in cui mi ha stimolato nel disegno permettendomi di arrivare ad essere il migliore della classe. A quell’epoca, da ragazzo, avevo sempre in mano matita e foglio di carta. Disegnavo nei tempi mori ovunque” ricorda Ceruti, che precisa: “Scoperto il colore grazie a mia moglie, creo i primi dipinti che definisco POP, concentrandomi sull’aspetto bidimensionale dell’immagine, ricorrendo simultaneamente alla linea e al colore (utilizzato per macchie sovrapposte) attraverso la pittura. Nel 1995 ero ancora lontano dall’astrazione che è arrivata un decennio dopo quando ho abbandonato gradualmente il figurativo.

Per un breve periodo, circa due anni, la mia pittura è stata di tipo segnica: era appena scomparsa mia moglie Anna (2013) e ripetei con questa tecnica le parole “addio” ed “arrivederci” in varie forme e caratteri. Poi dal 2015 interviene in modo preponderante la pittura astratta e materica (ricorrendo a una molteplicità di materiali: iuta, cartone, plastica, carta da pacchi, fogli di giornale, sabbia, ghiaia, gesso) ed aumentano significativamente le dimensioni delle mie opere”.

Le caratteristiche principali della pittura di Ceruti sono il ricorso alla stratificazione del colore e alla linea. La stratificazione del colore assume per lui un’importanza fondamentale dal momento che lo aiuta ad evidenziare ciò che ritiene più importante della propria composizione, in altre parole a dare una gerarchia a ciò che lo spettatore vede. Dalla stratificazione deriva la profondità, cioè la maggiore o minore importanza di quello che c’è dietro. La linea, che separa le campiture, si integra con la stratificazione e permette la scomposizione e la ricomposizione delle suggestioni prodotte dai colori attraverso i materiali.

Marco Ceruti ha sempre dipinto per il piacere gratificante che gli procura, per puro divertimento intellettuale, per affidare ai propri quadri quella parte di sé, di cui più si compiace e che forse, in assenza di questa avventura pittorica, sarebbe rimasta in ombra. Egli tenta di esorcizzare il colore e di seguire una fantasia ordinata nella scomposizione calibrata, cromaticamente organizzata, pur muovendo da suggestioni interiori e da ispirazioni poetiche.

2024 Tommaso Villani      

Marco Ceruti: “SCONTRO TRA COLORI E MATERIA”
Sperimentatore, talora arrischiato, che opera nella serialità della ricerca, oltre la singola opera, per progetti estetici precisi, avvertito della lunga strada percorso dall’arte contemporanea e dalle teorie del visivo e della comunicazione creativa, per cui questa sequenza di “Essenziale” ha principio dalla tela come spazio da esplorare attraverso forme geometriche pietrificate in grafismi di una lingua dell’inconscio che cerca un dinamismo, una profondità, rapporti tra elementi e suggestioni cromatiche che dall’occhio che guarda arrivino a complicarsi nella creazione di un puzzle dai molteplici messaggi. Prima di tutto dall’uso di due colori primari: il giallo ed il rosso con il nero che tende a rendere l’immagine sigla di un alfabeto misterioso tendente ad una razionalità che attenua l’energia dei due colori primari in grici opalescenti. Ma alla forma rigrorosa si aggiunge l’imprevedibilità della materia con cui i colori si impastano, aggiungendo così un’altra dimensione alle tre che la tela presuppone. Dietro a tutto questo c’è la complessità della ricerca e del sapere della teoria o psicologia della Gestalt. La Gestalt è una teoria psicologica che si concentra sulla percezione visiva e su come il cervello interpreta la realtà e con le sue regole si possono decifrare queste opere di Ceruti.

2025 Marzio Dall'Acqua      

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MARCO CERUTI FUNAMBOLO DEI LINGUAGGI DELLE AVANGUARDIE
Ho il sospetto che Marco Ceruti con la pittura intenda dar corpo e colore ad un dialogo con le ombre, ombre che sono in ciascuno di noi e che egli cerca di far affiorare in un palesarsi di grovigli sulla tela che vengono componendo un’emersione controllata di immagini dal mistero. Questa operazione in lui è governata, si potrebbe dire filtrata, da un rigore che deve dominare le forme, da una razionalità che richiede un ordine, mentre le ombre fermentano, ribollono, ma prima di condensarsi, come ectoplasmi, devono raffreddarsi, devono decantare e sciogliersi in un’apparenza di sottili e permanenti equilibri, far perdere alle forme ed ai colori l’irrazionale di sottofondo, il gioco di specchi o forse solo di riflessi dell’oscuro che si è manifestato. Nella ricerca alchemica di Ceruti la “nigrido”, il primo stadio del “sole nero” deve essere come un’apparizione, deve comparire ma attraverso una velatura, una nebbia del sentire. Operazione complessa dunque questa che richiede un difficile equilibrio tra il manifestare, l’esporre e una specie di silenzio visivo che diventa decorazione, divagazione cromatica. L’elaborazione del sommerso, del profondo, avviene attraverso un complesso lavorio di sovrapposizioni, di riduzioni, per tentare di occultare la vera dimensione della propria intimità, per mantenere un contatto comunicativo attivo e aperto con chi guarda.
Un far venire alla superficie immagini che acquisiscono un ordine, una organizzazione solida e persistente, un valore comunicativo e condiviso con occhi attenti di osservatori che avvertono come un’eco di un processo tutto interiore e personale che si scioglie in una costruzione razionale, logica, non necessariamente geometrica, ma organizzata, strutturale e non necessariamente figurativa. Non visibile dunque un lungo processo di creazione di una iconografia non simbolica, che ha ricchi e intensi rimandi, ma con la concretezza del reale, dell’oggettivo. Non è una proiezione interiore, ma una rappresentazione di una oggettività che può essere anche solo mentale, che non ha nulla di metafisico e rimanda a dimensioni, seppur sintetiche, dell’esistenza. In un certo senso le ombre intime si sciolgono in manifestazioni oggettivanti materiali.
Si diceva delle ombre e queste non sono solo le venature del vissuto, del personale, o del non conscio, ma sono frequentazioni di anni con la pittura, con la scoperta, sperimentando, delle sue leggi e degli effetti, delle suggestioni e fascinazioni con una libertà singolare rispetto agli stili, ai linguaggi o alle tendenze. Certo in un percorso solitario, parallelo a quello di Anna Burgio, studiosa, scrittrice e pittrice, amata moglie. Senza sentirsi
però da lei influenzato né condizionato, ma anzi mantenendo un lieve sorridente distacco, percorrendo strade e temi diversi, quasi giocando apparentemente senza impegnarsi con immagini lievi e invenzioni gioiose. Ma in realtà approfondendo la ricerca sulla pittura e i suoi molteplici e complessi linguaggi. Le ombre sarebbero affiorate dopo: nella solitudine e nel rimpianto.
E l’artista che era in lui è venuto crescendo, maturando, e ormai padrone dei linguaggi artistici ha incominciato a percorrere una strada affatto personale. Ma Ceruti è cresciuto come artista, anche perché non si é limitato al linguaggio delle forme e dei colori, ma ha frequentato con passione e attento occhio la storia dell’arte, la critica d’arte e le opere degli artisti del Novecento, dei maestri. Anche queste sono ombre che affiorano, che si sono impastate con il suo essere e con il suo sentire. Liberamente, senza sudditanza, ma per amore, per corrispondenza emotiva, per disponibilità del momento, non in modo scolastico, ma inglobandole, rendendole proprie, assorbendole nella sua natura. Così la sua pittura, molte volte apparentemente essenziale e semplice, in realtà è arte estremamente colta e raffinata. È il rigore che gli viene dalla frequentazione con i maestri contemporanei, che lo obbliga alla eleganza delle forme, qualsiasi linguaggio usi, all’organizzazione armonica dell’immagine, alla sintesi comunicativa in una oggettività - al di fuori di qualsiasi tipo di realtà centrale nella singola opera - che non permette fughe emotive, culturali o metafore simboliche.
È ogni volta una sperimentazione su di un singolo linguaggio portata avanti in un numero di opere che realizzano una serie, un ciclo, che diventa un ventaglio di possibilità visive e di variazioni sul tema, con coerenza sintattica e linguistica, rifiutando qualsiasi sincretismo, qualsiasi contaminazione, affidandosi però alla fantasia. Ceruti si immerge in un mondo che fornisce parole colorate a definire un’apparizione, una immagine o una iconografia. Ogni volta è un linguaggio diverso che crea questo sistema di apparenze, di fenomeni come possibilità a cui aderire emotivamente con convinzione e partecipazione: dal lessico futurista alla figurazione, dal dadaismo all’astrazione. Questo indossare vesti e lingue diverse rappresenta il labirinto in cui ama perdersi Ceruti, trasformista dei linguaggi storici dell’arte contemporanea, riconoscendo che solo frequentando i lessici ormai sperimentati dalle avanguardie è possibile oggi produrre arte. Non un citazionismo sterile e formale, ma una vera e propria immersione in un modo ogni volta diverso di cercare di far emergere le ombre interiori, sempre con lo stesso pudore, sempre con lo stesso stupore di fronte ai risultati finali. Certamente, come sempre in Ceruti, oltre ad un sapere colto e vitale, c’è il gioco, il sorriso e l’ironia che corre sotterranea e carsica nelle sue opere. Questo atteggiamento garantisce una leggerezza che trasforma il labirinto delle molteplici
iconografie in un album non solo da scoprire e svelare alla personale esperienza, ma da vivere e frequentare. Con un percorso così complesso e articolato, così eccitante ed eccitato, è evidente che le ombre dell’animo, del privato più intimo e geloso, siano veramente larve, ectoplasmi e lemuri difficilmente identificabili, individuabili e descrivibili, poiché ogni opera trova nel linguaggio ormai storicizzato la sua piena leggibilità.

INFERNO
La serie di opere intitolate Inferno sintetizza e illustra molto bene il discorso appena fatto. Il titolo rimanda a un precedente lavoro, collegato ad una poesia della moglie Anna Burgio, cui accenna uno scritto dedicato all’arte di Marco Ceruti di Stefania Provinciali del 2014, dove si comprende come sia nell’amore - al contrario di quanto si pensa che sia il”disamore”, l’aridità dei sentimenti, i peccati “contro lo Spirito” -, in un totale abbandono in esso, la condizione che conduce alla pena eterna, ad un’espiazione senza fine o perlomeno l’ingresso in uno spazio inaspettato, in un mondo forse parallelo da esplorare. Ecco dunque l’ombra che dovrebbe emergere sin dal titolo, sin dalla prima opera: quella di un amore così forte, tenace e totalizzante che porta alla dispersione, al dissolversi, al frantumarsi dell’io, dell’individualità al punto da uscire dal tempo e dalla storia - la propria -. L’amore come annullamento di sé, per cercare altre forme e altri modi di essere. Nulla a che fare con il rigore della legge, con la tassonomia dei gesti e degli eventi, con l’errare, il vagare dopo aver perduto la meta. È dispersione come andare oltre ogni limite: sperimentare il disordine, il caos e il tumulto, non è pena né espiazione, né sofferenza. È una specie di catarsi, un nirvana.
Non c’è nessun riferimento all’iconografia tradizionale dell’inferno: non ci sono i diavoli, né figure mitologiche come Cerbero, Caronte o. Minosse. Non è spazio per un viaggio, come nella Divina Commedia con dannati e punizioni. Soprattutto non c’è il fuoco, non ci sono fiamme né ghiacci eterni od altri fenomeni atmosferici. Al contrario è un “Non luogo”, come ha definito certi spazi l’antropologo Marc Augé, ma senza segnali di percorso. L’inferno di Marco Ceruti sembra piuttosto una discarica di rottami, un insieme di forme disordinate, tappeti di un inconscio disorientato e senza riferimenti. Manca qualsiasi accenno ad una geometria per quanto solo accennata o segreta. Talora si mescolano e accostano due stili, due linguaggi: uno definito da colori piatti, contorni duri e casuali e l’altro con gli echi di una realtà allusiva alla figurazione, come se volesse emergere un’atmosfera, un paesaggio
celato, una prospettiva embrionale. Il contrasto, come in Inferno VII, accentua l’impressione dello scarico casuale e d’emergenza. Oppure questa raggrumazione di cromie in fermentazione suggeriscono una vita da crisalide in fermentazione, che sta lievitando per impadronirsi di nuove essenze. Forme (spermatiche?) circolari, spesso con un punto nero da occhio ciclopico in questa rigidità di dispiegamento di forme, l’una accostata all’altra in un equilibrio finalmente raggiunto, sembrano muoversi e dare dinamismo alle superfici. Quello che è immediatamente percepibile è che in nessun modo vi siano allusioni simboliche o che possano essere sciolte ricorrendo a formule spiritualistiche.
Alcune presenze sono echi di figure, di immagini definibili, come le “candele con fiammella” di Inferno III, evidente gioco ironico e satirico, tipico del sottile umorismo di Ceruti. Oppure la silhouette di un gatto nero in Inferno X. Sono presenti anche echi di forme umane che non devono far pensare alle larve dell’Ade virgiliano, ma piuttosto alle forme dei Pokemon - è appena uscito “Inferno x” -, delle emoticon: segnali - più che segni - della contemporaneità, la cui comprensione è la condivisione con una specie di setta di affiliati, di adepti abituati a comunicare per enigmi condivisi.
L’uso di diversi materiali, oltre i tradizionali colori, propone una prospettiva eventuale e possibile tra forme piatte, un’allusione alla corporeità più desiderata che trovata. Accentua quel senso di “Non luogo” di cui si diceva e suggerisce una materialità diffusa che attraverso spessori, graniture, scabrosità e qualità altre sembra rimandare ad un collage che ha sempre in sé qualcosa di casuale e di provvisorio. È così, ma ricomposto potrebbe essere altro, in un puzzle all’infinito: ancora un rimando alla grafica giapponese e alle sue metamorfosi creative tra astrazione e figurazione inventiva e inventata in una semplificazione che non richiede interpretazione intellettuale ma solo velocità di sguardo, istantaneità di colpo d’occhio con rimandi che non raccontano ma emozionano o anche solo impressionano. In questo senso la pittura di Ceruti è quanto mai attuale.
Con un dittico l’artista chiude la serie per rappresentare Il fondo dell’Inferno, dove un percorso, quindi un viaggio, sembrerebbe possibile, ma in realtà non c’è più tempo; siamo alla fine, dopo aver sfogliato pagine chiuse in se stesse che non rimandavano ad altro, in cui i colori alludono a qualcosa di noi che forse è emerso e non fanno che addensare, aggrumare le ombre. Il gioco materico delle superfici tende a racchiudere un’impaginazione che negli “studi” che accompagnano la mostra sembra più libera e ariosa, com’è costruita per organizzare l’amatoria, far vivere le forme e sperimentare certe cromie e certi accostamenti, che non limitano né condizionano la fantasia. Il confronto tra la prima ideazione e la realizzazione rendono testimonianza di un percorso ideativo che solo sulla tela viene realizzandosi prendendo corpo.

NATURE MORTE UN PO’ CUBISTE
Già dal titolo della serie si coglie il senso dell’umorismo e del gioco di Marco Ceruti, il quale è ben cosciente che quel genere pittorico che chiamiamo “natura morta” in altre culture e luoghi è vista come “natura viva” perché come tale viene rappresentata. La serie rappresenta una sequenza di tele quadrate con impaginati oggetti, frutta, animali in un assemblaggio libero, spesso fuori dagli schemi e dagli accostamenti tradizionali in simili composizioni con grande libertà associativa ed inventiva. Al punto che in alcune opere sembrano evocazioni di un tempo trascorso, posizionamenti di oggetti o animali che hanno collegamenti con il proprio passato, con i pomeriggi estivi, con le vacanze marine, con ricordi privati e personali. Certamente lo è Natura morta con palla e Pinocchio. Ceruti nel 2007 ha realizzato una cartella di litografie su “Le avventure di Pinocchio”.
Il confronto tra gli “studi” accostati con l’opera alla fine prodotta dimostrano sia un ricerca iconografica che punta sulla presenza essenziale di soggetti - solitamente due - affiancati sul foglio con una disposizione e grafica elegante, essenziale con già intuite possibilità di deformazione degli spazi in linguaggio “cubista”. Il definitivo diventa cosi una specie di “traduzione” da un linguaggio artistico ad un altro della primitiva idea. Si vede quanto di figurazione reale si è perso e quanto si è venuto trasformando in tratti più essenziali, colori più piatti, forme più rigide e spazi svuotati di ogni prospettiva per divenire scatole geometriche dai molteplici angoli fantastici di un contenitore improbabile e precario a sostenere la rigidità immobilizzata e stilizzata degli oggetti. Compaiono spesso i vasi che erano un soggetto scolastico alle lezioni di Claudio Spattini nelle medie, come i capitelli greci. Animali marini rari rimandano a giornate d’avventure marine, come la “conchiglia e la maschera” ad un ripiano adolescenziale in cui raccogliere i primi oggetti\memoria. La stessa tenerezza dei colori a pastelli ispirano un’aria di nostalgia e un profumo di passato.
E quell’irrigidimento cubista finale, quella sospensione spaziale, come un lieve sorriso, ad ogni affioramento di ricordo, diventa una specie di sorriso, un modi di dire: «È il passato, dolce, ma ora è tutto meno naturale, meno vero». Come prendere un lieve distacco emotivo e sentimentale.
C’è sottile, e non meno personale, soprattutto negli studi, un evidente richiamo agli stili e agli stilemi delle nature morte dei pittori italiani degli anni dal secondo Dopoguerra al Settanta, che, se da una parte ancora una volta mostrano come Ceruti conosca profondamente la storia dell’arte, abbia frequentato le opere dei maestri di quel tempo, nella deformazione cubista prenda le distanza da loro e dal loro mondo. Li ricorda, sorride citandoli con i colori dei ricordi, ma non è più tempo per inseguirli e rimpiangerli: è il sorriso della nostalgia.

2026 Marzio Dall'Acqua      

LA PITTURA LIBERA DI MARCO CERUTI TRA COLORI E CONTAMINAZIONI
Nella primavera 2026 ho avuto il piacere di ospitare la mostra personale del professor Marco Ceruti, allestita nelle sale del piano terra del Museo Glauco Lombardi. Fin dal momento in cui le prime tele prendevano posto sulle pareti quello che colpiva era la festosa presenza del colore che percorreva e dominava tutte le superfici.
Una considerazione iniziale, immediata e forse banale, ma certo indicativa, è stata suscitata notando il circoscritto orizzonte temporale in cui sono state realizzate tutte le opere esposte: 2025 e un breve scorcio del 2026. Una produzione così copiosa, e organizzata tematicamente, dimostra quanto quella che una volta era forse solo una passione condivisa con l’amata moglie Anna sia divenuta, per Ceruti, attività costante, compagna quotidiana nella scansione delle giornate. Ora il tempo, non più assorbito dalla sua professione medica, si declina nei colori, nelle tele, in fantastici viaggi dove la strada maestra sembra essere la mescolanza e la contaminazione.
Mescolanza di tecniche, di materiali, di forme, di astratto e figurativo, di geometrismo e informale: e non a caso “funambolo dei linguaggi delle avanguardie” viene definito dal sottotitolo della mostra.
Due le tematiche presentate da Marco Ceruti, lontane e diverse tra loro e risolte tecnicamente con soluzioni differenti.
La serie Inferno, che nel titolo ci ricorda un’omonima poesia di Anna, si compone di dieci tele quadrate (e relativi acquerelli preliminari), tre studi su tavola e un grande dittico chiamato Il fondo dell’Inferno: ma dell’inferno, quale i più inconsapevolmente si figurano, troviamo ben poco, anzi nulla, nei quadri di Ceruti. Se il dittico e gli studi, per lo meno cromaticamente, possono evocare i due colori immaginifici di quel mondo, il rosso/arancio e il nero, tutto il resto si trasforma in altro: mescolanza, intrecci e incastri di forme, di figure e di campiture cromatiche. Ma il dato che caratterizza questa serie è la polimatericità delle superfici: ai colori si uniscono carte e cartoni, plastiche, tele, jute, sabbia, grumi e concrezioni che creano spessori e volumi.
L’inferno del mondo classico è lontano, solo qualche sagoma, talora un gatto, un pipistrello, un caprone, un serpentello, qualche volto distorto ci riportano al tema. E alla fine di spaventoso e inquietante in questo inferno non c’è nulla; quello che resta è un sorriso divertito, un po’ interrogativo.
Altro è il linguaggio parlato dalla serie Nature morte un po’ cubiste, dove l’accostamento tra il foglio ad acquerello e il successivo acrilico su tela quadrata rende bene il processo compositivo di Marco Ceruti. Eppure quegli acquerelli esauriscono la loro funzione solo nel preludere ad altro? Non necessariamente, i fogli mi paiono molto più di uno studio propedeutico all’acrilico, sono opere finite a sé stanti dove la trasparenza dei colori propria della tecnica conferisce leggerezza al foglio, quella stessa leggerezza poetica che pare quasi stabilire un legame con il mondo poetico di Anna che proprio negli acquerelli trovava forma e modalità espressiva.
Geometrie liberamente associate, rigide forme lontane da piani prospettici e spaziali, squadrate campiture cromatiche ospitano oggetti che compongono vivaci nature morte: frutti, vasi, pesci, conchiglie, fiori e foglie e poi Pinocchio, l’unico che, ripreso quasi in sequenza, sembra suggerire un’idea di movimento, recuperando un soggetto e un mondo di fiaba cari all’artista e già da lui frequentati in passato. Non so se in queste nature morte Ceruti collochi ricordi o pezzi di vita vissuta o essi siano solo elementi funzionali alla composizione, ma questo, forse, poco importa. Certo è che si coglie la lezione degli oggetti di Claudio Spattini, che fu suo insegnante di disegno, ma parimenti emergono ricordi delle geometrie astratte di Atanasio Soldati, seppure gestite con minor rigore formale.
Divertimento, contaminazione, libertà espressiva sono le cifre di questa pittura di Marco Ceruti, della sua seconda vita, dove la pittura diventa anche mezzo creativo per colmare un’assenza e perpetuare una presenza.

Francesca Sandrini      
Parma, Aprile 2026      

Marco Ceruti Paesi della Valceno

Il paesaggio si pensa in me, e io ne sono la coscienza      
Paul Cézanne      


«Io vi devo la verità in pittura», scriveva Paul Cézanne il 23 ottobre 1905 a Emile Bernard. Jacques Derrida, nel 1978 intorno alla “Verità in pittura” avrebbe costruito un denso libro di riflessioni estetiche nel rapporto tra immagine elaborata e reinventata e realtà fenomenica. Non solo, ma il dipinto nasce dalla riduzione di un insieme, di un complesso visivo, in un brano tradotto in altro linguaggio, a sua volta disponibile per essere trasformato in parole, dopo che con la stessa operazione del dipingere l’esterno viene umanizzato.
Per Cézanne era un inseguimento continuo, una riscrittura sulla tela, sperimentando cromie e suggestioni, come sintetizza il ventennio trascorso a dipingere in acquerello e a colori ad olio la montagna Sainte-Victoire ad Aix-en-Provence, fino alla morte, nel 1906.
Ed è ai paesaggi di Cézanne che si pensa immediatamente di fronte a questi studi di panorami della Valceno di Marco Ceruti, apparentemente così immediati in realtà frutto di una lunga riflessione sul tradurre su carta o su tela un’immagine che si vuole sottrarre al tempo, catturare e riproporre nella sua identificabile essenza a chi guarderà l’opera finale. Tradurre in piano ciò che ha un volume. Paesaggi che cercano sempre una sintesi, una essenzialità che nella struttura dei declivi, delle costruzioni inseguono un equilibrio di forme per prima cosa, un ordine composito, il che significa una “leggibilità” che riordini il molteplice, esalti l’indispensabile e il sostanziale della complessità fenomenica che ha attratto l’artista. Questa è dunque già un’operazione non solo linguistica - nel linguaggio del disegno e della pittura - ma comunicativa attraverso un processo di sintesi che ha come base comune la memoria. Si dipingono paesaggi per “ricordarli”, per riviverli direttamente da parte di chi dipinge e di farli vivere a chi li vede dipinti. Ed è sempre una selezione della realtà, un sottrarsi alla casualità dell’ora e del momento per rendere l’esperienza partecipabile, condivisibile ad occhi accorti e sensibili.
Ceruti è molto attento ad equilibrare l’immagine. In molti di questi paesaggi una torre al centro rompe il cielo per creare una simmetria visiva che organizza l’insieme. E questo lo si vede bene nel confronto e passaggio tra acquerello - che coglie l’idea di base da rappresentare - e la sua traduzione, in un tempo diverso, sulla tela dove il colore materia, più che la forma, diventa protagonista e inventa non solo ombre e profondità, ma anche atmosfere. Il cielo è sempre uno scenario di fondo, un retroscena.
I paesaggi di Marco Ceruti non sono solo natura, ma sono luoghi antropizzati: alberi, rocce, terreni si mescolano con case, edifici, in forme e strutture che si vengono complicando in una visione naturalistica scomposta da accenti futuristi, con angolature e asprezze cubiste, coscienti che la storia del paesaggio, da Cézanne in poi, ha ormai una lunga tradizione e invenzione iconografiche. Non mancano soluzioni al limite del naïf come in Specchio, dove in una totale bidimensionalità la natura morta in primo piano con anguria si sovrappone al paesaggio di fondo.
In Fost due diverse prospettive si mescolano e lo skyline del paese sembra sospeso in instabile equilibrio rispetto a un cielo dal colore asprigno. Simile la soluzione di Oriano. Così Fopla e Cortile nella tela si liberano dalla pur precaria iconografia dell’acquerello per sciogliersi in un magma cromatico di intensa invenzione. Come in Vianino il confronto acquerello e tela porta ad una totale reinvenzione cromatica che sintetizza nuove emozioni, nuove sensazioni. Si tratta di un’opera significativa perché ci fa capire che l’operazione di mnemotecnica che spinge il pittore al paesaggio in casi simili gli prende la mano nel passaggio sulla tela e diventa riflessione sui colori, sul loro rapporto, sulla materia e il materiale del dipingere.
È in sostanza una forma di interiorizzazione di quei luoghi acquerellati in forma oggettiva, ma fatti propri e divenuti intimi sulla tela: frammenti di memoria e di sentire.
Era ancora Cézanne che affermava, mentre al Louvre si perdeva nelle grandi tele di Veronese e Tintoretto, che l’arte contemporanea non poteva che creare “frammenti”. Ci si allontana dal soggetto, ritenuto, per Ceruti, altro, estraneo, da cogliere visivamente in una precaria oggettività per lasciarsi andare a cantarne l’ombra, il riflesso, il vitale in un’opera che parla dell’artista, del suo sentire, del mistero di un’anima.

2026 Marzio Dall'Acqua      

Lusso, calma e voluttà

“Noi siamo fatti della stessa sostanza dei sogni, e nello spazio e nel tempo d'un sogno è raccolta la nostra breve vita”. Guardando e riguardando i piccoli studi ad acquarello di Marco Ceruti e i suoi paesaggi materici che li affiancano e completano, torna in mente questa frase della Tempesta di Shakespeare, quasi che i luoghi famigliari, i Paesi della Valceno diventino delle visioni oniriche, astratte e materiche insieme. Sono sagome variopinte accostate o sovrapposte, brani di carta, tessuto, miscele di tinta terrose e increspate a comporre profili intravisti di ricordi, impressioni sognanti e sognate. Ceruti si è sempre mosso con agio e destrezza nella dimensione astratta, ma via via è andato aggiungendo materiali diversi ad orchestrare una maggiore tridimensionalità, l’incontenibile presa sulla realtà che si fa irresistibile per ogni artista progredendo nel lavoro, seppur abbia mantenuto nel tempo forme estremamente semplificate e ridotte, tese tra geometrie e allusioni simboliche, ermetiche. I suoi “paesi” sono costruiti sempre in crescendo, con un ritmo ascendente sia a livello cromatico che lineare, come se traducesse e ricomponesse in termini neocubisti la prima astrazione di Kandinskij dei suoi paesaggi tradizionali, fiabeschi. In Ceruti c’è forse meno fiaba, ma più poesia, quella suggestione lirica che, tra l’altro, può aver assimilato dalla moglie Anna, scrittrice, poetessa, saggista. Così non riconosciamo forse nessuno di questi paesi, ma li conosciamo tutti: indistinti profili su sommità collinari che però inducono l’emozionato ricordo e una serena contemplazione. Come in Baudelaire - e Matisse che lo citò in pittura - tutto anche in questi paesi collinari sembra “lusso, calma e voluttà”, trasmettendo la sensazione di armonia, di pacifica fusione con l’universo. L’artista restituisce di questi luoghi una traccia, un profilo che è l’assemblaggio di sentimenti, la veduta in volo d’uccello alla Klee di una scia di memorie e sogni spesso in atmosfere calde e crepuscolari, con la lieve aura della nostalgia: I soli al tramonto/ rivestono i campi,/ i canali e tutta la città,/ di giacinto e di oro./ In una calda luce/ si addormenta il mondo./ Là tutto non è che ordine e beltà,/ lusso calma e voluttà.

2026 Manuela Bartolotti      

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