Il sogno e la realtà

L’avventura pittorica di Marco Ceruti inizia alla fine degli anni 90.

L’impegno inizialmente propostosi come complementare all’attività professionale, sta attualmente individuandosi come vero e proprio momento liberatorio, vera e propria evasione nei confronti di una realtà non più adeguata a contenere una visione, che va sempre più allargandosi, una volontà di dialogo rivolta a interlocutori nuovi e diversi, una ideazione in costante ricerca di mete sempre più ardite.

È nozione comune che in ogni buon medico ci sia un sognatore. Il contatto quotidiano con la condizione umana nei suoi aspetti più vulnerabili determina l’evasione, il distaccarsi progressivo della mente verso le dimensioni oniriche, la trascendenza continua dell’empirico per approdare alle magiche rive di un universo rarefatto, inconsistente continuamente volubile. Marco Ceruti, arrivato alla piena maturità, cominciando a colloquiare con la realtà che passa prossima e lontana, è arrivato a sognare ad occhi aperti un mondo magico fatto di colori che diventano numeri, numeri che diventano parole, immagini che cambiano continuamente forma e volume, che si trasformano l’una nell’altra. L’incredibile metamorfosi di forme e di colori sta alla base del mondo sognato e rappresentato da Ceruti nelle sue opere: piccoli caleidoscopi cromatici da guardare per trarne piacere e gioirne intimamente, ma da cui emana la acuta consapevolezza della instabilità della condizione umana, della temporaneità della nostra presenza, della brevità del nostro passaggio. Paradossalmente Marco sembra affermare che è il cambiamento che non cambia e quindi la concentrazione si attesta sul divenire piuttosto che sulla fisicità, sulla mutevolezza invece che sulla fissità, sui cangiamenti della forma e del colore piuttosto che sulla staticità. Ma dal voluto disordine delle linee e dei colori nascono gli enigmi cui la parte razionale del pittore non vuole rinunciare. Non si tratta dell’enigma senza fine di Dalì, ma di piccoli enigmi quotidiani cui il cervello cosciente non vuole rinunciare, perché li trova divertenti almeno quanto la dimensione onirica. Troviamo allora intrappolati nella tempera i percorsi mentali di Marco, coagulato nelle pozze cromatiche divertimento intellettuale diventa mezzo comunicativo ed espressivo, irrinunciabile sfida all’intelligenza dell’osservatore, compiacimento sottile del proprio estro. E gli enigmi intellettuali approdano a un crepuscolo sensoriale tecnicamente indeciso tra l’astratto e l’informale, tra il colore che diventa materia e la materia che diventa colore.

Non sappiamo se l’osservatore riuscirà a entrare nell’atmosfera di forme e di colori che ha ispirato l’autore e a trarne lo stesso piacere che ha permesso la realizzazione di queste opere, ma sicuramente siamo in gradi di affermare che Ceruti dipinge e ha dipinto, perché ne ricava godimento, per puro divertimento intellettuale, per affidare ai suoi quadri quella parte di sé stesso, di cui più si compiace, e che forse, in assenza di questa avventura pittorica, sarebbe rimasta in ombra. La vita è un sogno, ma il sogno non sfugge alla logica del razionale, sembra suggerire Marco: le sue scacchiere, i suoi acquari, i suoi meccanismi dentati, i suoi paesaggi antropomorfi trovano negli accostamenti cromatici il modo per estrarne alludenti proposizioni culturali, radicati convincimenti di pensiero che sfuggono dalla tela e al pennello dell’autore, senza che questo né abbia la possibilità né la volontà di controllarli.

Il colore e la forma trattengono a stento l’universo ideativo dell’autore: idee in evoluzione e percorsi mentali in divenire forgiati nel fuoco delle suggestioni letterarie e pittoriche si accavallano a volte sulla scena nell’ansia non dissimulata di raccontare tutto e di più: nascono così le opere, come “Integralismo”, “La cacciata dal Paradiso Terrestre”, “Letteratura” dove ermetismo, cultura e religione si mescolano e si confondono in un palinsesto di allusioni geometrico cromatiche che rimandano ai grandi maestri dell’astratto e dell’informale. Altrove la visione appare improntata da una singola esperienza culturale, rivissuta e rielaborata all’ombra di un’unica potente suggestione e nascono opere come: “Mediterraneo” un paesaggio dove il tempo viene respinto la ove ogni metamorfosi appare possibile e il “Sole Meccanico” divertita trasfigurazione del mito dell’emulazione, forse la moderna e personale lettura dell’avventura mitologico – letteraria di Fetonte figlio del sole tragicamente folgorato da Zeus. A Marco piace raccontare e raccontarsi: gli “amarcord” personali della fanciullezza e dell’adolescenza, le reminiscenze scolastiche rivissute e rielaborate, le esaltazioni mentali della giovinezza, il Latino, una lingua che ha fermato nel tempo e nello spazio verità intramontabili, e che ha lasciato una traccia indelebile nella personalità di chi la ha assimilata, diventano mezzi della sua comunicazione espressiva. Prendono vita i temi centrali di opere come il “tempus fugit”, “Libera nos ab inferis”, “La distruzione della sintassi”, in cui l’autore è riuscito ad esprimere con un linguaggio moderno e articolato accessibile alle esperienze culturali del presente, antiche angosce e ancestrali timori, profondamente indovati nel subconscio collettivo che da tempo immemorabile regolano e condizionano i comportamenti umani.

La paura del vuoto lo spinge a riempire la composizione di forme e figure, numeri e geometrie, a costruire un elaborato ingegno piccole alchimie cromatiche che sottendono rebus a soluzione differenziata: offrire alla mente la possibilità di percorsi alternativi, aggrovigliare il filo narrativo per allontanare o rendere impossibile la soluzione o veramente non avere a disposizione una soluzione finale, certa e sicura, è il dilemma in cui si dibattono e trovano espressione i codici della ragione. Per osservare i meccanismi di un orologio bisogna rimuoverne la cassa, così per vedere i congegni della mente del pittore è necessario sollevare la cassa dei suoi orologi cromatici e guardare le trame di colore, gli ingranaggi finemente dentati delle forme, l’accostarsi e il scivolare delle superfici l’una sull’altra, nel tentativo di tradurre il linguaggio del colore in esternazioni cogitative: intessuti nella trama della “tela”, i tralicci ideativi si annodano fra loro per celebrare il racconto di una storia individuale alimentata dalle pulsioni non sempre razionali dell’adolescenza e successivamente filtrata alla luce della ragione della maturità. Così fra gli “amarcord” irrazionali e le crude realtà empiriche si dibatte l’estro di Marco, nel tentativo di trovare una soluzione almeno in chiave coloristica degli irrisolti dilemmi della ragione. E il dualismo ispirativo diventa in alcuni quadri, dualismo tematico: “acceso – spento”, “astratto – concreto”, rappresentano appunto la prova della validità culturale del dibattito interiore. Altrove invece il dualismo appare superato come in “incendio”, e in “mareggiata” in un divenire psico – biologico che rimanda alle grandiose manifestazioni della tematica di Pollock, maestro dell’astrattismo interiore. Interiorizzare o esternarsi, filtrare o espandere, meditare su sé stessi o ironizzare sugli altri, nell’incertezza risolutiva di questi atteggiamenti sta il fascino dell’avventura pittorica di Marco Ceruti, che si propone per la prima volta al pubblico con lo scopo non scontato di divertire e divertirsi.

 

2002 Prof. Alessandro Grignaffini        

I segni disegnati da Ceruti dimostrano i segni di una frequentazione di grandi correnti artistiche del Novecento e nello stesso tempo una vivace creatività personale, percorsa da una vena d’ironia nella reinterpretazione del mito che sta dietro la tradizione archeologica.

                                                                                                                                                    2006 Giuseppe Marchetti                      

La caratteristica principale… sta nell’interpretazione ricca di fantasia e di colore, stilisticamente allusiva alle grandi correnti del Novecento, come il futurismo e l’informale, con citazione delle avanguardie, ma con una reinvenzione personalissima.

                                                                                                                                                     2006 Rino Tamani                                

Alle volte è solo un incontro casuale, altre una ricerca mirata, altre ancora una scoperta, misteriosa quanto inaspettata, il veder coincidere segno e parola, musicalità del verso e gioco grafico della composizione. Nonostante l'incontro l'arte figurativa e poesia sia testimoniato da progetti ricchi e vibranti di partecipazioni in tutta la cultura del Novecento, le affinità elettive sono spesso tralasciate per celebrare le peculiarità dei singoli autori, nell'abbandono di un sodalizio che pare nato apposta per dar voce al sentire. Non solo la poesia e sentimento e passione, anche la pittura del <<secolo breve>>, così ricca e variegata d'invenzioni, bisogni e rifiuti dell'uomo, può essere interpretazione di un piacere, che va al di là di ogni indagine compositiva; può essere il piacere di un tempo trascorso guardarsi dentro e a raccontarsi perché, come la parola, anche un colore, un segno, una composizione, se cercati e voluti conservano un significato unico e irripetibile. Forse è nato così, ma non è importante saperlo, quel rapporto concreto e solidale fra la poetessa, Anna Ceruti Burgio e il pittore, Marco Ceruti, accomunati da passioni che vanno al di là del quotidiano. Ciascuno con la propria lettura delle <<cose>>. Le delicate e profonde poesie di Anna, figlie di una solida cultura letteraria, si rivelano parola ideale per i racconti pittorici di Marco, come se l'una smorzasse con la propria tensione poetica l'acceso prorompere del segno e dei cromatismi dell'altro, fino a costruire un unicum tutto teso alla ricerca della <<voce>> perfetta. Così per entrare nello specifico della pittura non si può tralasciare alcuni di quei versi. <<Ho sempre molto amato: la vita o un'idea, l'amicizia o l'arte. Se amare è peccato l'inferno mi aspetta...>> (da Inferno di Anna Ceruti Burgio), piccolo stralcio di poesia che sembra nato per quelle fiamme pittoriche che si ergono tra i rossi, i gialli, i neri, i viola, <<di tanta fiamma>> titolo di una delle opere di Marco Ceruti.

Trovata e compresa la sintonia, il percorso delle pagine si fa veloce, concreto, piacevole, come una danza. Non son certo le fiamme a impaurire o la luna che scende nel pozzo per riflettersi nel cielo in un mondo capovolto dove il gioco dell'arte è dettato da linee frastagliate, un po’ futuriste, un po’ surreali, destinate a raccontar con la fantasia storia concrete.

Marco Ceruti ha dato vita, con grande divertimento suo o degli altri, a episodi di Pinocchio. Ha attraversato spiagge e burrasche di mare, ha descritto i segni zodiacali utilizzando <<terminologie>> visive concrete mischiate a più teoriche raffigurazioni. Ha restituito allo spettatore quel tanto di sacro e di profano che rendono ogni racconto più umano.

Il suo non è, e forse mai sarà, un percorso accademico. La sua arte ha invece le caratteristiche della sincerità, capace di non perdere i contatti letterari, le forme della rappresentazione, reinventandone a volte il messaggio là dove, la scavare nel simbolo e nel sogno, li rendono palese le difficoltà della strada intrapresa. La mente e il cuore, l'idea e la forma, sono espresse in stratificazioni di colore, di linee che permettono la composizione e scomposizione dell'immagine così da lasciare aperta l'interpretazione visiva. Lui, l'artista ha dato la propria lettura, ha scelto un pensiero da narrare, ha delineato lo spazio su cui agire. da qui in poi il risultato non è scontato, solo il dipinto concluso si aprirà alla scoperta, spesso ironiche e sottile, di una voce fuori dal coro.

2014 Stefania Provinciali                     

                                                                                                                                                    

I colori si succedono e si compongono nelle geometrie delle forme con un moto caleidoscopico. è un crescendo, uno schiudersi continuo dell'immaginazione l'opera di Marco Ceruti.

La sua sensibilità per i bambini, sviluppata anche grazie alla professione di medico ginecologo, unitamente alla passione per la pittura e la poesia, hanno generato un'espressione artistica vivace, ludica, estremamente immediata ed essenziale, concentrata, nonostante l'esuberanza di colori e le sovrapposizioni delle figure. Inevitabile è il riferimento alle creazioni fantasmagoriche di Ugo Nespolo Con analoghe inserzioni di numeri o lettere. Tuttavia Ceruti tende ad una minore astrazione, non si allontana mai troppo dalla narrazione di riferimento, mantenendo facile l'individuazione di personaggi e di forme emblematiche. Raramente si fa enigmatico o ermetico nei suoi puzzle simbolici. E quando lo è, costruisce un divertito gioco d’ incastri, d’ invenzioni assurde, ma possibili nelle evoluzioni della mente. Spesso pare che il mondo si rifletta in un prisma. Pare essere dalla luce (in senso più alto, esteso) che Ceruti parta e torni per scomporre le sue visioni in moltiplicazioni cromatiche fatte di riquadri, di cerchi, intrecciate come partizioni di un mandala grafico per rendere lo spettacolo sempre sorprendente dell'esistenza.

Del resto il mondo è fatto di storie, le storie sono fatte di lampi d’emozioni, di ritagli di momenti essenziali che si giustappongono nella memoria creando un concerto di tinte. I dipinti di Ceruti sono fatti per illustrare i libri, per accompagnare testi, rilanciando le parole nell'onda sono ora della fantasia. Ecco allora chi ha affiancati alle poesie dell'amata moglie Anna Burgio sembrano compenetrarsi ed esaltarsi reciprocamente; i versi si fanno colore, i sentimenti prendono forma e le immagini vibrano, schiudendo il respiro eterno dell'amore che vivifica ogni cosa. Allora non c'è più solo la musica gioiosa delle fiabe e dei sogni, ma la danza emozionante di due arti e di due artisti. Il pittore però sfugge ai tremori malinconici e ai sussulti dolenti delle liriche, rasserenandole con una semplicità e leggerezza disarmante, portando via i versi in soffi di colore. Non c'è rassegnazione ma speranza, non malinconia ma giocoso riscatto. Le sue tessere variopinte sono un rompicapo del pensiero che si riproduce senza fine laddove l'ingranaggio della verità è magia e il senso delle cose poesia.

Viene in mente il Futurismo, ma con stile meno dinamico e più letterario, oppure le composizioni bidimensionali, colorate e semplificate di Klee. Le illustrazioni del Pinocchio di Attilio Cassinelli (Giunti, 1981) e, per stare più vicini a noi, le prime astrazioni del parmigiano fondatore dell'Arte concreta Atanasio Soldati. Tante le suggestioni e più di tutte è già citato Nespolo.

Di diverso e peculiare in lui c'è la poesia sottile che sottende alle sue immagini, La capacità di concentrare in un'unica composizione le vicende narrate o vissute con un senso di ludica ma raffinata ironia. Ceruti restituisce nelle sue tavole variopinte la magia dell'infanzia e la memoria incorruttibile dell'amore.

2017 Manuela Bartolotti                         

DI SEGNI E DI SOGNI
I due artisti appaiono diversi, ma complementari. Arcari nel suo informale segue la ritmica della musica, le accensioni e le distorsioni delle prime chitarre elettriche (si pensi all’Inno americano suonato da Jimi Hendrix) e spesso non dà spiegazioni o titoli alle sue opere. Assecondando una contemporaneità che lascia spazio all’interpretazione personale, abbandona l’osservatore in un vasto territorio di silenzi e linee sonore, d’immersione cromatica e musicale.

Per Ceruti si parla piuttosto di astrazione, di costruzioni geometriche dove la realtà è moltiplicata in diffrazioni caleidoscopiche e ricomposta in simboli, eco poetiche. Sono ricordi, emozioni, suggestioni rivisti attraverso il prisma della memoria e della fantasia. Tanti i richiami: a Ugo Nespolo e alle sue fantasmagorie alfanumeriche, oppure – e specialmente nelle illustrazioni di fiabe - allo stile nitido, un po’ futurista di Cassinelli e del suo Pinocchio realizzato per Giunti nel 1981. S’avverte l’influenza dei grandi maestri della semplificazione espressiva e dell’astrattismo dall’ultimo Matisse della “papier découpé”, soprattutto nell’organizzazione dei campi cromatici, Paul Klee per le atmosfere gioiose e giocose, le bidimensionalità fiabesche. E ancora, nelle Composizioni più rigorose ed essenziali si sente il “Nostro” Atanasio Soldati.

Di diverso e peculiare in Ceruti c’è però la poesia che pervade le sue immagini, l’afflato lirico che deriva dall’indimenticata moglie Anna, letterata e poetessa. Anche nelle ultime opere ( i 7 vizi capitali), sempre più spinte verso l’astrazione, dove la concertazione cromatica nelle sue dominanti è giustificata dal concetto e dal sentimento che si vuole esprimere, egli organizza colori e forme come versi, senza dissonanze, anzi, in una sorte di susseguenti enjambements pittorici.

Laddove Ceruti attrae e compone, Arcari distrae e scompone, rifacendosi ad una gestualità grafica sottile, ma affilata che rimanda ad Afro e a Giorgio Celiberti. I segni insorgono sulla tela, affiorano come suoni a volte soffocati, note che sembrano graffi sulla superficie dell’anima, mentre come ideogrammi giapponesi affondano dentro, pregni d’esistenza, di dolore e desiderio, varchi tra materia e pensiero, tra il restare e l’andare, in continuo mutare. Se Ceruti dunque articola e ordina armonie, necessarie concordanze interiori, Arcari distorce le certezze del pennello e del passato per schiudere inquietudini future. Nella feconda cucina del caos creativo – dove la piatta uniformità monocromatica è interrotta dal germogliare di sonorità accese – lui suggerisce altri spazi e altre vie, ancora non raggiunti, se non dalla nota più alta che scuote l’orizzonte di una tela e insieme il nostro quotidiano incedere.

Ceruti restituisce nelle sue tavole variopinte la magia dell’infanzia e la memoria incorruttibile dell’amore. Arcari porta domande e interrogativi. La somma di poetiche astrazioni e musicali distorsioni è la rappresentazione colorata della vita. Fatta di versi, di suoni. Di segni e di sogni.

2018 Manuela Bartolotti                             

C’è sempre lei dietro ogni pensiero creativo. La moglie Anna, poetessa, pittrice, estrosa creativa, che ha lasciato il marito carico di ricordi preziosi. Se oggi Marco Ceruti, medico ginecologo in pensione, continua a dipingere nello studio in centro storico a Parma, pieno di opere e oggetti appartenuti ad entrambi, lo deve a lei, che gli ha trasmesso un indelebile amore per l’arte. Estro e scienza, un connubio forte e duraturo che ha segnato l’esistenza di entrambi. Ceruti dipinge da una trentina d’anni, ora più assiduamente di prima. Da quando Anna se ne è andata ha più tempo a disposizione, molto del quale viene impiegato dipingendo. I suoi sono collage variopinti che si vanno via via semplificando per approdare a tele astratte fatte d’incastri colorati che, nel tempo, hanno assunto forme più vicine al reale. Suggestioni di paesaggi essenziali, raccontati col cuore. È un sentore, anche questo legato alla presenza – assenza dell’amata moglie, con cui ha condiviso l’acquisto di opere da museo, alla Conrad Marca – Relli, l’amico di Pollock, esponente di spicco dell’Espressionismo astratto, di cui è collezionista.

<<In origine ero più vicino allo stile futurista, poi con il tempo il mio stile è cambiato divenendo sempre più affine ai maestri dell’arte astratta. Mi sono avvicinato alla pittura fin dai tempi della scuola, ero il migliore in disegno e il mio maestro era il pittore Spattini. Poi è stata la vicinanza con mia moglie a riaccendere la passione. Mi ha insegnato e guidato nella ripresa. Ora non posso più farne a meno>>.

 

 2021 Katia Golini                         

Fuori dalla finestra riprende a nevicare, una stufa di terracotta arde in un angolo della stanza. Una poltrona di pelle, un vecchio tavolo d’epoca in noce, travi di legno e appesi a una parete un quadro… le stesse atmosfere che rivedo quando passeggio per Parma nelle giornate d’inverno quando è imbiancata dalla neve. Immagino dentro le case le stesse suggestioni appena descritte. Dentro queste case scorgo dei quadri. Dei quadri di Marco dal titolo “Autunno in val Baganza” oppure “Anatra selvatica in un paesaggio (dopo la caccia)” più figurativo dal sapore De Pisis che ricorda l’opera “La coturnice”, per poi approdare al mare a lui tanto caro, come nell’opera “Darsena” dai colori brillanti come una soleggiata mattina piacevolmente fredda d’Autunno al mare. Le forme che compongono le sue opere, alle volte possono ricordare architetture di Art Nouveau, altre volte ricordano le splendide finestre colorate che ci sono nelle cattedrali gotiche. I colori sono usati con equilibrio e ponderatezza, ma senza perdere forza, nulla viene lasciato al caso e  a secondo del titolo (che viene conferito prima d’iniziare a dipingere e mai a opera finita) sceglie le tonalità e gradazioni, fredde o calde, temperature e contrasti che andrà a plasmare sulla tela. La profondità di opere come “Terre arate” viene data dai tinteggi che sono proprio quelli della terra, le luci e le ombre, i silenzi e i suoni, vivono sulla tela, senza addirittura usare sfumature, solo campiture piene e dense. Le linee, le curve sinuose, i tratti decisi e armoniosi lasciano senza dubbio lo spettatore ipnotizzato dall’intensità e dalla emotività che emanano. Una lotta di equilibri tra figure geometriche che si intersecano tra loro, esempi primari, poetiche creatività, odori di vita in questi dipinti.

Intanto fuori la neve ha smesso di scendere, è quasi l’imbrunire, la stufa di terracotta continua a scaldare l’ambiente ovattato… e il quadro appeso alla parete…

 2021 Thomas Arcari                     

Critica Pasquale Di Matteo

MUSICA SEGRETA DEI COLORI
Mescolare echi, raffinarne il suono per farne una sinfonia, come se venissero da lontano, da risonanze senza tempo e farsene circondare, assorbirne accordi inediti che li personalizza, li rende attuali, presenti in una sottile e pervasiva atmosfera gioiosa, dispiegando una serenità che li dilata in uno spazio senza limiti: questa da sempre la ricerca pittorica di Marco Ceruti.  Quello che colpisce è la totale bidimensionalità delle sue opere, con prospettive interne, non certo matematiche o di derivazione rinascimentale, ma semplicemente emotive ed ottiche che dilatano l’immagine quasi spingendola oltre i limiti della tela, su cui le forme “danzano” e “cantano” con interna armonia. Si avverte in tutte le sue opere un senso musicale, un ritmo e un accordo, che unificano la apparente dispersione di molteplici immagini in simulata lotta tra di loro, sciogliendosi in trapassi di colore che si risolvono in una unica uniforme luminosità dominante di serena e pacificata concordia, un’aria di vetro spazzata da zefiri lievi e primaverili.
Questa prima impressione che rimanda a interne e occultate armonie musicali non è certo una divagazione letteraria, ma nasce dalla posizione di Marco Ceruti di fronte alla tela. Egli non la aggredisce, non l’affronta con impeto, ma vi si affida con dolcezza, con trasporto, con un atteggiamento euristico e creativo insieme, come se suggerimenti gli venissero da lontano, da oltre ed altro. Da qui quel carattere di sospensione che domina ogni sua opera, quella temporalità che si coniuga con un sentore di freschezza, di giovinezza altrettanto sempre presente, che si risolve in stupore e meraviglia per una ritrovata immagine di serena armonia. Da qui quel gioco di echi e di rimandi che si diceva che sono un’interna musicalità visiva……….

.....Dunque anche nelle opere di Marco Ceruti si avverte sotto traccia una musicalità, che è  armonia di forme, che percorre, tela dopo tela, tutta la sua produzione. Non si tratta ovviamente di una posizione poetica predefinita, ma di una disponibilità innata, di un sentire spontaneo che cerca l’ordine segreto ed interno delle cose, la concordia delle parti, una euritmia cromatica che è ricerca di equilibrio e piacere diffuso dell’occhio e del cuore. Non a caso una delle prime mostre personali, nel 2018, con Thomas Arcari, viene intitolata: “Musicali distorsioni/Poetiche astrazioni”…….

......Marco Ceruti lavora sul linguaggio, captando dall’aria novità ed emergenze, ma soprattutto usando stimoli e suggestioni senza creare gerarchie di valori o di generi, dando libero corso alla sua fantasia creativa, mescolando i linguaggi, le assonanze, usando una koinè creativa ricca, tesa, giocosa e seducente che mescola forme di diversa storia e matrice, perduta ogni ideologia, ogni pertinenza: materiali per formare una comunicazione affatto personale, un mondo visivo nel quale per primo il pittore si immerge con stupore ed incanto. Qualsiasi narrazione si scioglie in un’immagine di seduzione, in una meraviglia che accarezza l’occhio e acquieta la mente. Il tempo si ferma di fronte ad una eterna giovinezza, ad una atemporalità che è incantesimo, che rimanda ad una dimensione di sogno, di sospensione e silente attesa. Si trascorre da un’opera all’altra avvertendone la serrata coerenza, ma anche come ciascuna tela nasca da una scoperta, da una innovazione, che scaturisce dal cammino, dal percorso che sta facendo il pittore. Ogni volta una novità formale o una intrusione iconografica. Da un facile decorativismo  lo salva sempre la necessità che è alla base di ciascun quadro, che nasce dall’intimo, dal profondo, da una specie di contemplazione interiore, da un sospeso stupore che sono all’origine di ogni singola creazione immediata ed urgente nella vicenda personale dell’artista. Così tutte le sue opere nascono dal piacere di raccontare per immagini, da un godimento che si risolve in una musicalità gioiosa, in una serenità appagante ed esaustiva, “in un puro divertimento intellettuale”, come ha giustamente scritto Alessandro Grignaffini della sua pittura. E’ proprio per questo che di fronte ai suoi quadri adesso si avverte che il titolo eccede quello che vediamo e percepiamo, che il dramma che è nelle parole per indicare l’opera non corrisponde allo spirito che la anima, sempre un po’ trattenuto al di là o al di qua, del dramma, dell’eccesso, perché sempre tutto qui è equilibrio, ordine, seppur provvisorio, finalmente raggiunto. Ogni tela come la prima notte di quiete. Anche parlare di narrazione per le sue opere è riduttivo poiché i quadri di Ceruti non articolano racconti, non suggeriscono eventi ed il loro sviluppo, ma sono prima di tutto immagini da ammirare, sospese ed immobili, fuori dal tempo e dal movimento, in un incantamento che si comunica agli occhi di chi guarda……

2023 Marzio Dall'Acqua      

Marco Ceruti: “Sono felice per l’esito della mostra in Galleria S. Andrea”
“Sono felice dell’esito della mostra che è stata organizzata da me, insieme agli amici pittori Tanzi, Villani e Arcari per circa due settimane nello spazio trecentesco di via Cavestro n.6, convertito in galleria dall’Associazione UCAI di Parma” queste le parole di Marco Ceruti, pittore autodidatta dal 1995, e da quasi vent’anni incasellabile nel filone dell’arte astratta.

Ceruti prosegue: “in Galleria S. Andrea ho avuto conferma di un buon passaggio di appassionati d’arte e collezionisti locali. Sto già lavorando alla organizzazione di altre mostre per il 2024 ma per ora non svelo nulla.” Marco Ceruti deve molto della passione pittorica alla compianta moglie Anna Burgio, donna poliedrica: intellettuale, critica dell’arte, pittrice, poetessa, un esempio a tutto tondo di donna di cultura. Infatti, dialogando con lei e vedendola lavorare con grande abilità nel disegno a mano libera e nell’uso dell’acquerello indirizzato prevalentemente alla figura femminile, decide a metà degli anni Novanta di mettere in pratica le lezioni ricevute in qualità di allievo dal pittore Spattini ai tempi delle scuole medie.

“Spattini è stato fondamentale nella misura in cui mi ha stimolato nel disegno permettendomi di arrivare ad essere il migliore della classe. A quell’epoca, da ragazzo, avevo sempre in mano matita e foglio di carta. Disegnavo nei tempi mori ovunque” ricorda Ceruti, che precisa: “Scoperto il colore grazie a mia moglie, creo i primi dipinti che definisco POP, concentrandomi sull’aspetto bidimensionale dell’immagine, ricorrendo simultaneamente alla linea e al colore (utilizzato per macchie sovrapposte) attraverso la pittura. Nel 1995 ero ancora lontano dall’astrazione che è arrivata un decennio dopo quando ho abbandonato gradualmente il figurativo.

Per un breve periodo, circa due anni, la mia pittura è stata di tipo segnica: era appena scomparsa mia moglie Anna (2013) e ripetei con questa tecnica le parole “addio” ed “arrivederci” in varie forme e caratteri. Poi dal 2015 interviene in modo preponderante la pittura astratta e materica (ricorrendo a una molteplicità di materiali: iuta, cartone, plastica, carta da pacchi, fogli di giornale, sabbia, ghiaia, gesso) ed aumentano significativamente le dimensioni delle mie opere”.

Le caratteristiche principali della pittura di Ceruti sono il ricorso alla stratificazione del colore e alla linea. La stratificazione del colore assume per lui un’importanza fondamentale dal momento che lo aiuta ad evidenziare ciò che ritiene più importante della propria composizione, in altre parole a dare una gerarchia a ciò che lo spettatore vede. Dalla stratificazione deriva la profondità, cioè la maggiore o minore importanza di quello che c’è dietro. La linea, che separa le campiture, si integra con la stratificazione e permette la scomposizione e la ricomposizione delle suggestioni prodotte dai colori attraverso i materiali.

Marco Ceruti ha sempre dipinto per il piacere gratificante che gli procura, per puro divertimento intellettuale, per affidare ai propri quadri quella parte di sé, di cui più si compiace e che forse, in assenza di questa avventura pittorica, sarebbe rimasta in ombra. Egli tenta di esorcizzare il colore e di seguire una fantasia ordinata nella scomposizione calibrata, cromaticamente organizzata, pur muovendo da suggestioni interiori e da ispirazioni poetiche.

2024 Tommaso Villani      

Marco Ceruti: “SCONTRO TRA COLORI E MATERIA”
Sperimentatore, talora arrischiato, che opera nella serialità della ricerca, oltre la singola opera, per progetti estetici precisi, avvertito della lunga strada percorso dall’arte contemporanea e dalle teorie del visivo e della comunicazione creativa, per cui questa sequenza di “Essenziale” ha principio dalla tela come spazio da esplorare attraverso forme geometriche pietrificate in grafismi di una lingua dell’inconscio che cerca un dinamismo, una profondità, rapporti tra elementi e suggestioni cromatiche che dall’occhio che guarda arrivino a complicarsi nella creazione di un puzzle dai molteplici messaggi. Prima di tutto dall’uso di due colori primari: il giallo ed il rosso con il nero che tende a rendere l’immagine sigla di un alfabeto misterioso tendente ad una razionalità che attenua l’energia dei due colori primari in grici opalescenti. Ma alla forma rigrorosa si aggiunge l’imprevedibilità della materia con cui i colori si impastano, aggiungendo così un’altra dimensione alle tre che la tela presuppone. Dietro a tutto questo c’è la complessità della ricerca e del sapere della teoria o psicologia della Gestalt. La Gestalt è una teoria psicologica che si concentra sulla percezione visiva e su come il cervello interpreta la realtà e con le sue regole si possono decifrare queste opere di Ceruti.

2025 Marzio Dall'Acqua      

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